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2501, 2015

Le terrazze del Pincio, non solo belvedere. Storia dei busti di marmo

Pincio a Roma

Tra i luoghi più caratteristici di Roma ce n’è uno particolarmente conosciuto e romantico. Si tratta di una zona in rilievo che è parte di Villa Borghese, dalla quale si gode di un panorama straordinariamente emozionante.

Il Pincio, detto anche colle Pinciano, è il nome con cui si indica generalmente questo luogo che in passato fu la scelta preferita dai nobili per le loro consuete passeggiate in città. Come dare loro torto? Del resto, qui, gli antichi romani avevano edificato edifici e giardini, e una prova di questa assidua frequentazione storica ci è offerta proprio dalla toponomastica.

“Pincio” deriva dal nome di una di queste famiglie romane, la famiglia dei Pinci, i quali avevano edificato qui alcune costruzioni. Il cosiddetto “Muro torto” è una traccia costruttiva di questa fase storica.

L’attuale fisionomia architettonica di questo luogo, in stile decisamente neoclassico, è legata all’architetto Giuseppe Valadier, e dunque alla politica di Napoleone Bonaparte. Sempre Valadier è stato il responsabile del progetto di Piazza del Popolo nel 1816. Appunto, da questa piazza celebre di Roma, centrale e particolarmente frequentata, si accede alle Terrazze del Pincio attraverso due tornanti. Fu appunto l’architetto a inserire anche elementi vegetali nel progetto creando un’interessante commistione paesaggistica tra componenti edilizie e naturali.

Appunto, Valadier, non restò insensibile al fascino del luogo, progettando qui una residenza privata, chiamata Casina Valadier. Questa abitazione realizzata secondo gli stilemi architettonici del neoclassico non fu però mai occupata dall’architetto, il quale sfortunatamente morì prima di potersi trasferire.

Passeggiando sulle Terrazze del Pincio, è possibile notare la presenza di alcuni busti scolpiti. Si tratta di personaggi storici che hanno avuto un ruolo essenziale nelle vicende storiche e culturali del Paese e la loro collocazione risale alla metà del Novecento.

Fu Pio IX a dare un concreto impulso alla loro sistemazione, anche se il loro progetto era stato voluto dalla Repubblica Romana già all’inizio del secolo. Le fonti raccontano che il 28 maggio 1948 il cosiddetto Triumvirato decise di realizzare alcuni busti in marmo che commemorassero dei celebri personaggi storici. Si stanziò addirittura un fondo di dieci mila lire per la loro costruzione. All’epoca, lo Stato Italiano acquistò Villa Borghese avviando una serie di interventi migliorativi. Tra questi, c’erano anche i busti scolpiti, il cui numero aumentò nel corso degli anni, arrivando a 228 negli anni sessanta.

Max Schlichting, Monte Pincio, 1924.

Max Schlichting, Monte Pincio, 1924.

Sono soltanto tre i nomi delle donne ritratte: Vittoria Colonna, Caterina da Siena, e Grazia Deledda, mentre, tra i busti più celebri ce n’è uno particolarmente interessante dedicato al gesuita Angelo Secchi, un importante astronomo italiano vissuto nell’Ottocento. Fu direttore dell’Osservatorio astronomico del Collegio Romano, e a lui si deve la collocazione della cosiddetta “mira” per determinare il meridiano di Roma. La colonna e il busto vennero danneggiate in seguito ad atti vandalici proprio negli anni sessanta e poi ripristinati nel 2001.

Sembra inoltre che il pontefice Pio IX decise di escludere dai busti da collocare sul Pincio alcuni personaggi ritenuti atei, eretici, o comunque non meritevoli di essere celebrati in tale luogo. Tra questi c’erano Arnaldo da Bresci, Giovanni da Procida o lo stesso Napoleone Bonaparte.

Un’altra curiosità è legata alla decisione del 1883 di ritrarre solo personaggi che fossero morti da almeno 25 anni e non meno. Se vi state chiedendo invece se la collocazione dei busti di marmo ha seguito un progetto determinato, sappiate che la loro disposizione è assolutamente casuale. Fanno eccezione alcune erme create in onore dei caduti nel primo conflitto mondiale nel 1918.

Tra i personaggi che è possibile ammirare oggi in questo luogo ci sono: Leon Battista Alberti, Cesare Beccaria, Giovanni Boccaccio, Gian Lorenzo Bernini, Cristoforo Colombo, Ugo Foscolo, Masaccio, Filippo Brunelleschi, Giordano Bruno, Cola di Rienzo e persino Archimede di Siracusa.

2301, 2015

L’EUR, sconosciuto o quasi, quartiere di Roma

Magari ne avete sentito parlare ma non vi è mai capitato di recarvi da queste parti o essere di passaggio durante la vostra permanenza nella Capitale. Si tratta di un quartiere di Roma, la cui fisionomia edilizia risale all’epoca fascista: l’EUR.

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Siamo negli anni Trenta del Novecento e Mussolini esprime chiaramente la volontà di avviare un progetto costruttivo unico e adatto per ospitare l’Esposizione Universale che si sarebbe svolta nel 1942. La guerra pose chiaramente fine a questo intento, pur non impedendo al quartiere di avere una storia autonoma, rappresentando ancora oggi un’area urbana molto attiva.

Il nome originario previsto per questo spazio celebrativo dimostra un collegamento con l’Esposizione Universale. L’EUR avrebbe dovuto infatti chiamarsi E42 proprio in riferimento all’anno di attuazione. EUR è una sigla, un acronimo, che sciolto significa proprio: Esposizione Universale Roma.

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Nel corso degli anni, il quartiere si è andato sempre più sviluppando, accogliendo nuovi edifici e spazi urbani, diventando una zona moderna e funzionale. Qui, gli appassionati di architettura possono osservare gli edifici che risalgono all’epoca fascista, nel tipico stile chiaro, essenziale e al contempo monumentale dell’epoca. Il “Palazzo della Civiltà del Lavoro”, con la sua facciata ad archi sovrapposti, e il “Palazzo dei Congressi” ne sono un chiaro esempio.

Il Palazzo della Civiltà del Lavoro fu progettato nel 1937 da Giovanni Guerrini, Ernesto Lapadula e Mario Romano, presentandosi ancora oggi come una costruzione particolarmente razionale e celebrativa tanto da essere chiamato il “Colosseo Quadrato”. Si trova in un’area urbana conosciuta come Quadrato della Concordia, presenta una pianta quadrata ed è stato realizzato in cemento armato e travertino. Anche la scelta del travertino evidenzia una volontà di collegarsi ideologicamente alla tradizione storica dell’impero romano.

L’edificio appare come un parallelepipedo con quattro facciate e archi. Con i suoi innumerevoli archi, appunto, il Palazzo della Civiltà del Lavoro non può che ricordare l’estetica del Colosseo di Roma, e probabilmente questo riferimento al monumento per cui Roma è conosciuta in ogni parte del mondo, è intenzionale all’interno dell’ideologia promossa dal Duce. L’edificio è stato dichiarato dal ministero per i Beni e le Attività Culturali come una testimonianza di interesse culturale.

Piazza_Ciro_il_Grande_Roma

Anche il “Palazzo dei Congressi” rappresenta un interessante esempio di architettura di epoca fascista, anche per quel che riguarda i suoi spazi interni. Progettato nel complesso da Adalberto Libera, deve la sua decorazione interna ad Achille Funi e all’artista futurista Gino Severini. Oggi è utilizzato come spazio espositivo o come contenitore di eventi di vario tipo. Sono i marmi degli interni a caratterizzare il Palazzo dei Congressi accanto alle opere d’arte qui contenute. Nell’atrio Kennedy, ad esempio, proprio all’ingresso dell’edificio, è possibile ammirare un affresco sulle origini della città di Roma, legato al nome di Achille Funi.

Infine, se passeggiate per l’Eur e incontrate un obelisco, sappiate che è assolutamente moderno. Opera di Arnaldo Pomodoro è chiamato appunto “Novecento”: più contemporaneo di così! Alto 21 metri questo obelisco è una torre a spirale che rappresenta in maniera simbolica l’idea del movimento e del progresso. Se decidete di trascorrere qualche ora in questa zona di Roma, e di allontanarvi dal centro, non potete inoltre non recarvi al Planetario che proprio qui trova la sua ubicazione, o anche fare una visita pomeridiana al famoso Laghetto, dove vivono diverse anatre all’interno di uno spazio verde tranquillo e rilassante.

2101, 2015

Il Vittoriano. Una vista indimenticabile sulla città e un attivo spazio culturale

A Roma, in Piazza Venezia, esiste un monumento che si erge in tutta la sua imponenza rendendosi visibile da più angolazioni: il Vittoriano. Di giorno, di sera, in qualunque momento della giornata vi troviate a passare nei pressi del Campidoglio, il Vittoriano, o Altare della Patria, vi sorprenderà in tutta la sua magnificenza.

Allied Forces in_Rome - June 1944

Il celebre Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II fu costruito per onorare e accogliere le spoglie di Vittorio Emanuele II di Savoia, il primo Re d’Italia. Il progetto edilizio è opera di Giuseppe Sacconi, il quale pensò a questo luogo come una vera e propria allegoria dell’Italia, un simbolo celebrativo del territorio nazionale e del suo spirito, unificati all’interno di un solo monumento. Tutti i gruppi scultorei che trovano una collocazione nell’Altare della Patria sono una prova delle intenzione alla base della sua edificazione. I gruppi del Pensiero, della Concordia, del Diritto sono solo alcune di queste rappresentazioni simboliche che è possibile ammirare ancora oggi. Tra bassorilievi e sculture, la sola rappresentazione non simbolica ma realistica è quella di Vittorio Emanuele.

Il Vittoriano non costituisce solo un importante emblema architettonico della capitale e della storia nazionale, ma è anche un attivo centro culturale, sede di mostre artistiche o di importanti iniziative. Del resto, questa natura poliedrica fa parte dell’Altare della Patria sin dall’origine. Nel 1921 l’Altare della Patria ospitò i resti mortali del Milite Ignoto, fatto che rafforzò in senso allegorico questo monumento unico nel suo genere ma già nel 1915 si celebrò una famosa manifestazione per onorare i caduti in guerra.

Si è detto che proprio alla morte del Padre della Patria Vittorio Emanuele II si decise di celebrare questo personaggio storico attraverso un monumento. Era il 1878 e già qualche anno dopo, nel 1880, fu un architetto francese, Nenot, a vincere il bando di concorso per edificare un monumento dedicato al Re. Questo evento non portò a nessuna fase edilizia concreta, ragion per cui, fu bandito un secondo concorso qualche anno dopo, nel 1882, che fu vinto dall’architetto marchigiano Giuseppe Sacconi. Il progetto presentava delle linee orientative sul progetto: ad esempio, il complesso doveva sorgere sul Campidoglio e presentare una statua equestre dedicata al Re, uno sfondo con una determinata estensione espressa in metri, e presentarsi in modo da coprire gli edifici che sorgevano alle sue spalle.

Carlo Cainelli, Vittoriano - Altare della Patria, Museo d'arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, 1920.

Carlo Cainelli, Vittoriano – Altare della Patria, Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, 1920.

Chi ama gli indimenticabili panorami sulla città di Roma, non resterà certamente deluso una volta salito sulla Terrazza delle Quadrighe, sulla sommità del complesso del Vittoriano. Qui, è possibile ammirare uno dei panorami più belli della capitale. Si tratta infatti di un punto particolarmente strategico, che consente di cogliere con lo sguardo una veduta sulla città davvero ampia. Da qui si possono osservare il Colosseo ma anche alcune chiese del centro, i Fori Imperiali, il Tevere, il Quirinale e persino i Castelli Romani.

Sono vari gli eventi di rilievo che si sono succeduti all’interno di questo spazio a partire dalle mostre di arte moderna e contemporanea. Cézanne, Mondrian, Sironi, retrospettive di artisti di fama internazionale, mostre fotografiche. Il Vittoriano è uno scrigno che ancora oggi celebra la libertà creativa insita in ogni forma di arte, a qualsiasi epoca appartenga.

1901, 2015

Quando Roma fa rima con romantico… storia del Roseto Comunale

Ogni primavera, le rose fioriscono anche a Roma, sul versante orientale dell’Aventino. In prossimità del Circo Massimo, si trova un Roseto Comunale unico nel suo genere, dove al termine del mese aprile ha luogo puntualmente uno spettacolo meraviglioso: la fioritura di circa mille specie di rose differenti. Si tratta di un evento da non perdere, per chi ha la possibilità di trovarsi in città in questo periodo dell’anno. Il roseto è aperto dalla primavera sino a ottobre, restando chiuso per la maggior parte dell’anno, e quindi occorre assolutamente approfittarne per godersi paesaggio e vegetazione.

Roma - Roseto Comunale

Le dimensioni di quest’area verde sono discrete e comprendono circa un ettaro di terra; ciò che stupisce è la bellezza delle varietà di rose che vi fioriscono. Le aree di accesso sono lungo via di Valle Murcia. Quanto alla sua storia, sappiamo che il roseto fu istituito negli anni Trenta del Novecento per volontà del Principe Francesco Boncompagni Ludovisi spinto a sua volta dalla contessa Mary Gayley Senni. Questa donna, originaria della Pennsylvania, esperta di botanica e particolarmente sensibile al fascino di questi fiori, fu curatrice delle varie edizioni del Premio Roma per le Nuove Varietà di Rose che fu istituito nel 1933. Viaggò molto per l’Europa, e sposò Giulio Senni, risiedette nella sua villa di Grottaferrata, e proprio nel 1924, donò al Comune di Roma un primo nucleo di quella che sarebbe diventata in seguito la collezione di rose.

L’area dove sorge oggi il roseto, denominata Valle Murcia, è in realtà una zona frequentata sin dall’antichità. Qui, nel III secolo a.C. sorgeva un tempio dedicato alla dea Flora. Ce ne parla lo storico latino Tacito nei suoi Annales, dove parla si fa riferimento a un piccolo luogo cultuale. Le feste in onore della dea vengono qui chiamate Floralia e avevano luogo proprio nel Circo Massimo.

Rosa Clair Matin.

Rosa Clair Matin.

Sappiamo che l’area fu inoltre sede del cimitero ebraico nel corso del Seicento, prima che fosse trasferito nel Verano, ragion per cui la zona venne definita “Ortaccio degli Ebrei”. Quanto al tempio di cui oggi non resta purtroppo nessuna traccia materiale, sappiamo che era dedicato a Flora, la dea della primavera e dei fiori. Anticamente, i romani celebravano in suo onore delle celebrazioni che avevano luogo alla fine di aprile.

Oggi la collezione comprende 1.100 specie di rose differenti ed è suddivisa in “rose botaniche”, “rose antiche” e “rose moderne”. Il roseto è considerato tra i più belli esistenti al mondo, e le varietà di rose provengono da varie zone, persino dalla Mongolia e della Cina.

Tra le specie da osservare e ammirare ci sono la Rosa Chinensis Mutabilis che cambia colore giorno dopo giorno, e addirittura una specie di rosa che anziché emanare un profumo delizioso, si caratterizza per un odore sgradevole, chiamandosi, appunto, Rosa Foetida.

Rosa Tequila-Meilland

Rosa Tequila-Meilland

3112, 2014

La Roma che non ti aspetti: Villa Torlonia e la Casina delle Civette

Villa Torlonia è uno dei più affascinanti complessi costruttivi della Capitale, il cui ingresso principale è situato in Via Nomentana. Si tratta di una villa nobiliare romana che sorge in un giardino che colpisce per ricchezza e per la presenza di vari edifici che vanno scoperti gradualmente passeggiando all’interno del parco. Tra questi, la Casina delle Civette non può non colpire l’occhio del visitatore sensibile al fascino del mistero, del simbolismo e del fantastico.

Villa Torlonia - Ingresso

La villa è storicamente legata al nome della famiglia Torlonia. Più precisamente, Giovanni Torlonia diventato marchese alla fine del Settecento, acquistò la Villa Colonna affidando all’architetto Giuseppe Valadier, uno dei protagonisti italiani del movimento neoclassico, il compito di apportare migliorie all’edificio rendendolo una manifestazione artistica dello status nobiliare della famiglia. Di conseguenza, furono realizzati interventi sul Casino dei Principi, sulle Scuderie, sull’ingresso e anche sul giardino con un progetto maestoso in cui trovarono posto nel corso del tempo anche varie statue della classicità e i famosi obelischi.

Il complesso fu arricchito grazie all’iniziativa del figlio di Giovanni, Alessandro Torlonia, al quale si deve la sistemazione di altri edifici come il Tempio di Saturno e l’Anfiteatro, l’Aranciera, accanto ai laghetti, e a quello che in seguito sarebbe diventato appunto la Casina delle Civette, chiamata inizialmente Capanna Svizzera.

Il complesso è oggi una commistione eclettica di stili e atmosfere, richiami esotici, al medioevo e all’antichità secondo un gusto autocelebrativo. Ciò che tutti non sanno è che la villa fu per un certo periodo anche residenza di Mussolini, esattamente sino al 1943. Fu poi occupata delle truppe anglo-americane e soltanto nel 1977 divenne di proprietà del comune di Roma.

La Casina delle Civette a Villa Torlonia

La cosiddetta Casina delle Civette che fu residenza di Giovanni Torlonia jr. rappresenta un edificio unico e originale per stile e decorazioni. Si tratta di un edificio che sorge in una zona poco distante dalla residenza principale, in un luogo più raccolto e periferico. Fu commissionata da Alessandro Torlonia a Giuseppe Jappelli negli anni Quaranta dell’Ottocento. Oggi si mostra come una fusione di due complessi, il villino e una dipendenza, i quali risultano collegati tra loro da una galleria e da un passaggio sotterraneo.

A prima vista sembra quasi di essere all’interno di un villaggio medievale. Appunto, questa costruzione che per materiali e forme impiegate era tipicamente romantica, fu sistemata dal nipote di Alessandro, Giovanni Torlonia jr. A questo periodo risalgono le meravigliose vetrate, soprattutto quella con le famose civette, la cui presenza suggerì com’è facile immaginare il nome di Casino delle Civette che sostituì quello di Capanna Svizzera che un tempo identificava la costruzione. Questo tema iconografico era molto caro ad Alessandro, il quale cercò di introdurlo in numerose decorazioni legate agli ambienti di questo Casino tanto che si parla spesso di questo complesso come di un ricco vocabolario esoterico per la presenza di simboli. Lo spazio presenta oggi una commistione di stili e risulta arricchito dalle decorazioni in stile liberty elaborate nel corso del Novecento. Sicuramente le vetrate rendono questo edificio singolare e “visionario”.

Dopo un intervento promosso dal Comune di Roma, da parte dell’Assessorato alle Politiche Culturali Sovraintendenza ai Beni Culturali, Villa Torlonia, è visitabile nelle sue varie aree, dall’ottocentesco Casino Nobile, che è oggi Museo della Villa, al Casino dei Principi, sino al Museo della Casina delle Civette e al meraviglioso giardino.

3112, 2014

Il culto di Mitra a Roma. I luoghi di culto sotterranei

In una fase particolare della sua storia, Roma, la città che è diventata simbolo del cristianesimo occidentale, si aprì all’esterno e ai culti orientali alimentando un sincretismo di correnti e culture. Siamo alla fine del I sec d.C. e proprio un culto di origine persiana si affermò a Roma diventando un movimento alternativo alla religione ufficiale. Il culto diventò così importante che, secondo le fonti, persino Nerone si fece iniziare ai suoi riti.

Tauroctonia di Mitra, British Museum, Londra.

Tauroctonia di Mitra, British Museum, Londra.

Il Mitraismo in realtà era stato introdotto tempo prima negli ambienti ellenistici durante le campagne di Pompeo del I sec a.C. ma fu sotto la dinastia dei Severi, che questo culto per certi versi affascinante e misterioso fu particolarmente seguito. Una delle ragioni di questa fama è che il Mitraismo possiede degli elementi che lo avvicinano a una corrente spirituale piuttosto iniziatica, e dunque, riuscì a colpire la sensibilità del mondo romano in un momento delicato della sua storia.

I principali luoghi di culto di questa religione erano per lo più nascosti e sotterranei. Queste aree sono chiamate Mitrei, luoghi dedicati a una divinità connessa alla dimensione solare, protettore della giustizia, e legato alla salvezza, che come vedremo, per molti aspetti, si avvicina alla figura di Cristo.

Pur non essendo diventato mai religione ufficiale di stato come avvenne poi col cristianesimo, il culto ha goduto di ottima fama presso vari imperatori, come ad esempio Diocleziano che lo identificò con il Sol Invictus, il “Sole invincibile”. Esistono punti di contatto tra la religione cristiana e quella del Dio Mitra. Infatti entrambe le correnti sostengono una grande fede nella vita dopo la morte e nella resurrezione, si servono dell’immagine del Giudizio Finale, e celebrano il giorno natale del dio il 25 dicembre, esattamente come continua ad accadere oggi.
Com’è noto, con l’editto di Costantino nel 313 d.C. e con Teodosio nel IV secolo, la religione cristiana diventa religione ufficiale dell’impero, anche se durante Giuliano l’Apostata vi era stata una breve parentesi pagana.

Di questo culto restano tracce archeologiche particolarmente significative nei luoghi sotterranei di Roma. Il Mitreo Barberini è uno dei Mitrei più importanti e meglio conservati, situato in via delle Quattro Fontane. La particolarità di questo luogo è quella di possedere dei dipinti murali, e dunque, delle testimonianze iconografiche legate al culto di questa divinità solare, spesso rappresentata nell’atto di uccidere un toro. La cosiddetta “tauroctonia” è un sacrificio rituale associato al Mitraismo con valenza astronomica, espressione del controllo del dio sulla processione degli equinozi. Questo episodio ci fornisce molte indicazioni sulle pratiche rituali del culto in quanto mancano fonti scritte consistenti a riguardo. Un altro Mitreo con raffigurazioni è il Mitreo di Santa Prisca, situato sotto alla chiesa di Santa Prisca sull’Aventino. Anche qui le pitture parietali documentano vari episodi legati alla storia del dio e in una nicchia compare una tauroctonia originale che comprende le figure di Saturno e di Mitra, rappresentano senza vesti.

Mitreo del Circo Massimo.

Mitreo del Circo Massimo.

Il Mitreo del Circo Massimo sorge invece nei pressi del Circo Massimo, sotto un edificio in via dell’Ara Massima ed è stato scoperto nel 1931. Anche qui è stato ritrovato un rilievo con rappresentazione di tauroctonia e in cui il dio è accompagnato dai dorifori (portatori di lancia) Cautes, Cautopates, dal Sol e dalla Luna. Parte della pavimentazione di marmo è ancora visibile accanto ad iscrizioni con i nomi di vari liberti della società romana.

Un altro Mitreo famoso è il Mitreo delle Terme di Caracalla per dimensioni e localizzazione. Sorge presso le terme di Caracalla ed è situato accanto alla basilica di Santa Balbina. Il vano è a pianta centrale con volte a crociera e presenta ancora oggi i resti di un pavimento decorato a fasce bianche e nere. Un antico vestibolo era probabilmente destinato al sacrificio dei tori.

Il Mitreo di San Clemente si trova invece nella zona inferiore della basilica di San Clemente. Nel corso del III secolo una casa privata che sorgeva in questa zona fu trasformata in mitreo subendo delle trasformazioni edilizie per ospitare il culto. Fu quindi creata una volta a botte decorata con stelle che doveva evocare un cielo notturno. In una nicchia doveva trovarsi una statua del dio e la consueta rappresentazione di Mitra che uccide il toro.

Tutti questi luoghi sotterranei sono stati studiati nel corso del tempo da numerosi archeologi e studiosi. Tra questi, un contributo fondamentale allo studio del culto è stato dato da Filippo Coarelli, che ha restituito una documentazione dei mitrei nella sua pubblicazione Guida archeologica di Roma.

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